Ultima modifica: 20 Febbraio 2021

10 febbraio “Giorno del ricordo”

Come riportato dalla legge del n. 92 del 2004, la Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.

L’Istituto Superiore “Leardi”, per proporre ai suoi studenti un momento formativo importante, lo scorso giovedì 11 febbraio ha organizzato una conferenza online sul tema a cura del prof. Mauro Bonelli, già docente e Dirigente Scolastico, nonché collaboratore dell’ISRAL, con un intervento in qualità di testimone diretto del sig. Claudio Debetto, vittima in prima persona dell’esodo, in quanto sfollato da Pola a Casale Monferrato. Le classi quinte del “Leardi” e del “Luparia” hanno potuto approfondire un tema storiografico complesso, apprendendo parte della storia in modo integrato, dai testi e dalle fonti, ma anche dai ricordi e dalla testimonianza di chi ha vissuto personalmente questa drammatica pagina di storia.

Dopo i saluti e i ringraziamenti del Dirigente Scolastico, prof.ssa Nicoletta Berrone, ai relatori che, nonostante l’emergenza sanitaria, hanno proposto in una modalità digitale e interattiva una ricostruzione storiografica di livello, il prof. Bonelli ha ripercorso la storia della regione giuliano-dalmata e istriana, facendo riferimento alle dominazioni veneziana e, da Napoleone in poi, austriaca che si sono succedute in questa zona di confine, mettendo in luce i complicati rapporti di convivenza tra italiani e slavi già sotto il dominio austriaco.

Proprio sul rapporto tra Italiani, Sloveni e Croati gli studenti hanno potuto soffermarsi lungamente: con la prima guerra mondiale gli irredentisti ebbero Trieste italiana, ma non altre terre promesse dai patti prebellici e questo creò malcontento. Contestualmente all’annessione al regno d’Italia della regione, il governo italiano cambiò radicalmente natura con l’ascesa al potere di Mussolini e del fascismo. Sotto il fascismo si passò ad una repressione dell’identità e della cultura slava: il principio ispiratore della politica fascista era che non ci fossero due culture, una italiana e una slava, ma soltanto quella italiana: gli slavi dovevano però essere ricondotti alla cultura italiana con mezzi “costruttivi” e mezzi “distruttivi”. Dopo il delitto Matteotti il fascismo emanò misure liberticide per tutto il Regno, misure che sul confine orientale furono applicate più duramente verso gli slavi: furono sciolti partiti, associazioni culturali, sportive, giornali, riviste. Lo squadrismo fascista intervenivano dove la legge non riusciva nel proprio intento.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, l’Italia dal 1941 occupò la Slovenia e la Dalmazia, praticando dure repressioni contro la popolazione; gli jugoslavi organizzarono la propria resistenza, guidata dal comunista Tito. Lo scontro tra le parti fu uno dei più sanguinosi e violenti di tutta la guerra. A partire dall’armistizio italiano dell’8 settembre 1943, la situazione si fece ancora più complessa e drammatica: in Italia venne sancita la nascita della Repubblica Sociale Italiana e, parallelamente, si vennero a manifestare forze di resistenza partigiana italiana contro il nazifascismo.

In questo contesto, i partigiani di Tito proclamarono l’annessione dell’Istria e compirono una dura repressione contro gli italiani. Le vittime italiane furono in poche settimane da 500 a 700: non solo fascisti, ma «rappresentanti del governo» e anche persone influenti delle varie comunità. L’immediata rioccupazione nazifascista della regione provocò altri orrori: migliaia di civili, resistenti, ebrei sia italiani che slavi uccisi dai tedeschi, l’orrore della Risiera di San Sabba. L’intento di Tito, di violenza drammatica, non fu tanto quello di eliminare la presenza degli italiani che vivevano in quella regione, ma quello di combattere tutti coloro che erano contro il nuovo stato socialista che si sarebbe andato a creare. Uno dei metodi utilizzati per imporre la propria visione del futuro fu quello di gettare i nemici, italiani fascisti, ma anche di ogni credo politico, in profonde fosse naturali, le foibe: in esse finirono centinaia e centinaia di persone, prevalentemente dopo l’armistizio del 1943 e dopo l’occupazione di Tito di Trieste, nel maggio del 1945. Il periodo successivo al 1945 fu molto tragico: chi tra gli Italiani non volle piegarsi alla volontà di Tito nell’adeguarsi alla società da lui propugnata, fu costretto ad andarsene dalle terre e dalle città da tempo abitate da Italiani, Pola, Zara, Fiume, per tornare in Italia, abbandonando tutti i propri averi e proprietà.

La parte narrata e vissuta della realtà di esule ha visto come testimone Claudio Debetto.
Al momento dei fatti in questione Debetto era solo un bambino di tre anni, ma racconta di aver percepito le preoccupazione del padre dalle lettere da lui scritte agli amici, di aver provato dolore derivato dalla separazione dai familiari che decisero di rimanere in Istria, di essersi rattristato al  ricordo della sua città natale, Pola, e per le difficoltà nell’affrontare una nuova vita in Italia, tra il difficile adeguamento  nelle nuove abitazioni non propriamente accoglienti dove andarono a vivere gli esuli e il disprezzo che la gente provava verso i profughi del confine orientale che sentivano estranei e che invece, dice Debetto, «erano e sono due volte Italiani, per nascita e per scelta».

L’istituzione di un “Giorno del Ricordo”, in cui sia possibile ricostruire storicamente quanto accaduto, è fondamentale: per decenni le drammatiche vicende delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata sono state fatte cadere nell’oblio o sono state utilizzate strumentalmente dalle ideologie politiche. A distanza di anni, grazie agli studi scientifici e alle ricerche valide storicamente, è possibile comprendere questa pagina così complessa del nostro passato recente: soltanto così le nuove generazioni potranno comprendere l’orrore di quanto accaduto e potranno divenire cittadini più responsabili e sensibili alla realtà che li circonda.

Redazione “Leardi”




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